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La gentilezza sui muri: un impegno per Guglielmo Tocco

Luoghi gentili: come dire che la grazia, la leggerezza della poesia possono cambiare uno spazio, farlo osservare da un’altra prospettiva.

Coprire i muri di vecchie case, i muri di antichi palazzi con la bellezza della poesia: questo è stato il gesto rivoluzionario che ha spinto negli anni ’90 del secolo scorso Guglielmo Tocco a iniziare il progetto dei Luoghi gentili, che ha portato a Lentini, e poi altrove in un raggio più ampio, un percorso tutto intessuto delle poesie murali.

Si potrebbe dire delle semplici poesie murali, perché di questo si tratta: sono versi riprodotti su pannelli in ceramica posti su muri, volutamente sui più bistrattati, dimenticati o problematici della città. Spesse volte poesie trascritte in modo totalmente artigianale con gli strumenti del pittore e con la grafia di Guglielmo e preparate poi con una semplice cottura al forno.

Ma il pensiero che è alle spalle di quel percorso è ben più importante anche della fattura materiale di quel gesto d’arte che Guglielmo ha donato a Lentini e poi alla comunità di Leontinoi, e poi allargando via via e intrecciando con Leontinoi Catania, Scordia, Sommatino, Niscemi  — città grandi e piccole dove quel pensiero dei luoghi gentili si è manifestato.

Guglielmo era mosso da un pensiero nobilissimo: quello artistico e culturale di far vedere attraverso il bello come l’anonimità di certi muri, l’incuria verso alcuni luoghi potesse avere una nuova possibilità di lettura. Si trattava per lui di aprire delle finestre verso una alterità di vedute, una diversità di messaggi da leggere, e attraverso quelle finestre far entrare nel cuore delle persone una speranza di cambiamento.

C’era dietro quel progetto l’idea splendida e nobile di rifarsi alla Città del sole di Tommaso Campanella; oppure pensare a una Nuova Atlantide come quella sognata e descritta da Francis Bacon nel suo racconto filosofico. C’era l’idea di educare attraverso l’esempio e non con l’imposizione, ed elevare lo spirito di chi fosse passato da quei luoghi, mostrando ed evocando la verità attraverso la poesia.

Per questa ragione possono convivere senza alcuna difficoltà poesie murali di autori locali, fascinosissimi e capaci di stuzzicare le antenne della familiarità, con testi di grandi autori italiani e stranieri della letteratura di tutti i tempi.

Era questo il pensiero di Guglielmo: mettere dinanzi a un muro scalcinato la possibilità di un orizzonte che si eleva rispetto a quel brutto e lo ingentilisce.

Proprio per questo lui parlava di luoghi gentili e pensava che attraverso quelle parole scritte semplicemente e senza la pretesa di essere durevoli nel tempo (ma anzi con la consapevolezza che avrebbero avuto bisogno di attenzione e in futuro anche di restauri) ci si potesse prendere cura della propria città e attraverso le parole dare un modello diverso alla comunità e ai suoi cittadini.

Per questo Bernardino Giuliana e Sebastiano Addamo possono stare entrambi su poesie murali accanto a Jacques Prévert o a Leopold Sedar Senghor: i tanti poeti e le poetesse che sono presenti a Lentini e in generale nei luoghi gentili immaginati e progettati da Guglielmo sono lo specchio da un lato della sua creatività poliedrica e geniale, dall’altro lato il riflesso di una società immaginata senza frontiere, capace di integrare, valorizzare le differenze di ognuno per darne frutto a ciascuno.

Camminare lungo quel percorso anzitutto a Lentini, e poi salendo su nella parte alta della comunità a Carlentini, significa anche respirare con quei pannelli che ormai sono scoloriti dal tempo; che sono stati presi a pietrate e vandalizzati; che in alcuni casi sono stati dimenticati. E che infine in altri casi, più raramente, sono stati valorizzati dalle persone che li hanno mantenuti e gelosamente custoditi attraverso un amore per la poesia che Guglielmo ha coltivato negli anni ed ha instillato nei suoi concittadini con diverse bellissime iniziative.

Ora queste foto di Nuccio Costa ci mettono dinanzi la situazione nel suo stato attuale: molti di questi pannelli avrebbero bisogno di una rapida manutenzione per non perdersi; alcuni difatti non esistono più, o sono illeggibili, non fruibili.

Guglielmo era consapevole che questo sarebbe stato un possibile destino dei suoi oggetti d’arte; sperava che questo non fosse invece il destino di quelle poesie da leggere, magari mandare a memoria, in ogni caso sentire vibrare da quei muri fin dentro il cuore e l’intelligenza delle persone. 

La gentilezza, la tenerezza, la caparbietà nel mantenere fede a questi tratti del carattere sono i segni di uno stile. Dovrebbero e potranno ancora valere come il principio di una speranza, attraverso quelle poesie, per ripartire a costruire la comunità come un Luogo gentile, perché anche un solo nuovo verso sarà il dono più bello.

(Testo di Giorgio Franco e Tommaso Cimino)

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